“Attraversiamo anni in cui il nemico non ha forma, eppure si innesta nelle nostre famiglie, nelle nostre menti, nelle nostre ossa e ci incatena illudendoci – come nella caverna di Platone – di farci vivere in un mondo libero. Thiago è la comunità, siamo noi, nel recente passato, nel presente e nel futuro”

2

“Mi chiamo Thiago” è la risposta a ciò che i nostri tempi sono e a ciò che potrebbero essere in un prossimo futuro. A metà tra denuncia sociale sul Sistema di potere (qualsiasi potere) e invocazione all’atto rivoluzionario, tra svelamento dei meccanismi oscuri su cui si fonda una società e narrazione onirica – nella quale il ritorno al sognare pare possa rappresentare l’unica salvezza dell’uomo – il romanzo di Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino fotografa gli anni senza forma della crisi. Sull’argomento, in un’intervista comparsa su “La Lettura”, lo scrittore inglese Jonathan Coe – divenuto una star del firmamento letterario, grazie al romanzo “La famiglia Winshaw”, e sempre attento alle schizofreniche sfaccettature sociali del nostro contemporaneo – ha detto <<le cose erano più chiare negli anni Ottanta, evidente il confine delle battaglie e chiara la divisione tra sinistra e destra. Mrs Thatcher era una persona affidabile, un nemico con cui si poteva avere a che fare>>. Mentre Nicola Lagioia nel descrivere il suo “Riportando tutto a casa” (edito da Einaudi) spiega che <<per quelli della mia generazione si tratta di riappropriarsi di un trauma senza evento. Noi non abbiamo avuto una data cruciale da cui far discendere il resto. Ma questo non significa che, da qualche parte negli anni Ottanta, non ci sia stato un evento catastrofico per il sentire comune>>. Coe e Lagioia – ma tanti sono gli artisti e i pensatori che hanno cavalcato l’onda della società liquida, per dirla alla Bauman – hanno colto, nelle loro storie, la crisi di fine secolo, delle ideologie, dello Stato, del senso di “comunità”, per cui ha preso il sopravvento una visione virtuale e precaria dell’esistenza.

L’uomo del Terzo Millennio ha bisogno di cattedrali, vuote, per dar senso al proprio incedere/cadere. Attraversiamo anni in cui il nemico non ha forma, eppure si innesta nelle nostre famiglie, nelle nostre menti, nelle nostre ossa e ci incatena illudendoci – come nella caverna di Platone – di farci vivere in un mondo libero. Thiago è la comunità, siamo noi, nel recente passato, nel presente e nel futuro. Ispirato al personaggio del sindacalista cileno Clotario Blest Riffo, “Mi chiamo Thiago” è la storia trasfigurata di Oliva e Sorrentino, attraverso i sistemi di potere in Italia, dove il mix devastante di imprenditoria, politica e sindacato deviati costruiscono le fondamenta di una nazione che non vuole guardare al futuro dei giovani ma galleggiare nella mediocrità. Lo diceva Pier Paolo Pasolini, in una delle sue lettere, confluite ne “Le belle bandiere”, ad un giovane minatore di Grosseto: <<se lei sente dentro di sé oltre che dei sentimenti, anche il bisogno di esprimerli, non cerchi, per farlo, il modo più facile, ma il più difficile: lei ha il dovere, davanti a se stesso e ai suoi compagni, di farsi da solo un’istruzione, di progredire>>.

Thiago – sia all’interno di una fabbrica o in un futuro non molto lontano distrutto dagli insediamenti industriali o in un viaggio immaginario nelle Americhe del Sud – dimostra la perseveranza della libertà e del sogno. In una delle sue riflessioni, dice: <<Prendi un piccolo paese, facci un buco al centro, insomma, come in un enorme latrina, e costringi tutti a vivere sul bordo, aggrappati. Poi fai una montagna di soldi tutta al centro e via, tiri lo sciacquone>>. I nostri tempi. La storia raccontata, anzi confessata, a quattro mani, dai due autori, non è una pratica da chiromante ma un monito, il tentativo di guardare al di là delle sbarre che il Potere ci forgia, per capire come tagliare i fili da marionetta e cominciare a vivere da uomini, fuori da quelle maledette caverne.

Davide Speranza

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento