“…cos’è il Sistema? […] è il male che cela le sue forme reali, che si rileva solo quando il suo obbiettivo è raggiunto, e che ci condiziona e ci plasma a sua immagine e somiglianza. Un dio sbagliato, di cui Thiago è l’antagonista e l’anti eroe per eccellenza”

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Mi chiamo Thiago”, opera prima del duo composto da Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino, è il romanzo-storia di un uomo dai mille volti, e della tante vite. Un uomo la cui presenza nella società è scomoda, il cui istinto di lotta e sopravvivenza si innalza e si rafforza dinanzi agli abusi di potere, e la cui emarginazione darà l’input per intraprendere una nuova e silenziosa guerra.

Leggendo il racconto della sua esistenza verrebbe da pensare che Thiago potremmo essere noi, potrebbe essere un qualunque cittadino del mondo attuale alle prese con la crisi economica mondiale, ma soprattutto con le degenerazione sociale del paese in cui vive. Schiacciato da una comunità che non lo riconosce e che non gli lascia libero spazio d’azione.

Il libro, edito da Polis SA Edizioni, ci accompagna in un viaggio fisico e mentale nell’America del Sud. Un percorso a tappe che tocca con mano l’esperienza di vita in città come Tijuana, Santo Domingo, Oxana, Miranda. Un puzzle di oggetti disseminati sul cammino che troveranno senso e si ricongiungeranno solo al termine delle vicende narrate. Ogni capitolo ci introduce il ricordo di una storia da cui prendono spunto riflessioni e snodi che ci portano lontano dall’idea puramente narrativa. Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.

L’ambientazione dell’intero romanzo è incentrata in uno scenario post seconda guerra mondiale: molte nazioni sono alle prese con il processo di ristrutturazione politica ed economica, e ai margini delle società emergono e si affermano nuovi e oscuri aspetti, quali la corruzione e il clientelismo. Sullo sfondo, la consapevolezza che Thiago sia un personaggio disagevole, e quindi da allontanare e confinare in terre lontane, si consolida e diventa concreta. La sua tendenza intrinseca a combattere i giochi di potere che si insinuano nei meccanismi rodati delle civiltà, si farà spazio in realtà molto piccole che hanno poco a che fare con il suo ideale di terra promessa.

Il cammino di Thiago è forse una fuga. Ma ogni tappa in cui inciampa lo mette dinanzi a contesti che gli sono tuttavia familiari. Le prigioni che si ergono intorno a lui, le cui sbarre si sono forgiate del sudore disumano di quelli che oggi chiameremmo “cittadini di serie B”, sono state costruite dal popolo, innocente e colpevole allo stesso tempo di aver creduto in un Sistema che altro non faceva che sfruttarne le debolezze. Qui idealismo e cinismo sono bocconi della stessa portata, entrambe difficili da digerire.

La lotta contro il Sistema è un “gioco”. E non basterà di certo una fuga a centinaia di migliaia di km per sfuggire all’invito di prenderne parte.

Thiago continua il suo viaggio interiore in un tempo che oscilla tra presente e passato. Ricco di ricordi personali e di descrizioni dettagliate di situazioni vissute al momento. Sono immagini grottesche di racconti di sopravvivenza quotidiana: dapprima la guerra, poi la fuga, il precariato, la voglia cieca di credere e lottare per un ideale, la costante e stremante lotta al Sistema. Verrebbe quindi da chiedersi, cos’è il Sistema? È il massimo potere? È una congregazioni di associazioni a delinquere? Un raggruppamento di menti malate e pericolose il cui unico obbiettivo e quello infliggere pene ai più deboli? Il Sistema è il male che cela le sue forme reali, che si rileva solo quando il suo obbiettivo è raggiunto, e che ci condiziona e ci plasma a sua immagine e somiglianza. Un dio sbagliato, di cui Thiago è l’antagonista e l’anti eroe per eccellenza.

In questo gioco di potere e di marionette è difficile uscirne da vincitori. Il Sistema è una spugna che assorbe lentamente tutto ciò che trova sul suo cammino, offre una chimera ai suoi associati: l’illusione di far parte di qualcosa di nuovo e inaspettato.

Durante il racconto, il protagonista non manca di ricordare la sua terra d’origine, un paese di pianura. Ma l’appartenenza a ciò che lui considera “casa” sembra essere più un’idea di porto sicuro, di felicità e spensieratezza, piuttosto che una vera pertinenza fisica. Di ben delineato invece c’è il corpo di un uomo che subisce i cambiamenti, non solo del tempo, ma delle anche impervie personali, delle sofferenze, delle sconfitte e talvolta dei successi. La guerra delle emozioni contrastata plasma e cambia l’assetto anatomico di un corpo ferito più dalle parole e dalle bugie, che da colpi ben assestati.

In un immaginario collettivo potremmo parlare di Thiago come di un supereroe, il cui nemico più efferato a volte è proprio colui che vivendo ai margini della società, in una situazione di precariato, non mira assolutamente alla rivendicazione dei propri diritti, ma sfrutta le potenzialità che gli vengono offerte da un Sistema corrotto. Dando così man forte a tutte le azioni deplorevoli, che nel romanzo spaziano dal ricatto all’emarginazione. È lontana la prospettiva di trovare coraggio per cambiare le cose, di lavorare per migliorare la propria nazione. Un discorso che non sembra valere per il protagonista, i cui ideali sopravvivono e combattono per la sua condizione di uomo libero.

“Mi chiamo Thiago” viene presentato come un romanzo, le cui vicende dondolano tra narrativa e filosofia. Ampie descrizioni che catapultano il lettore nel racconto, e sapienti sterzate che lasciano libero spazio a riflessioni e immedesimazioni. È un’opera ambiziosa per chi scrive e soprattutto per chi legge. È un libro consapevole, a tratti polemico, anzitutto di denuncia. È un esperimento di scrittura a cui bisogna dare attenzione. Verrete sicuramente ripagati, e ne uscirete maggiormente consapevoli.

Fedora Alessia Occhipinti

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