Meglio andare controvento, non si ha nulla da perdere. Ecco una delle possibili soluzioni.

13179097_10207389580270323_3300911395808996534_n

Una scrittura a quattro mani, un viaggio e un paradigma. Ecco i marcatori di Mi chiamo Thiago[Edizioni Polis Sa, 2016, 142 pagine], sottotitoloBreve storia di un viaggio senza fine, con prefazione di Pietro Folena, scritto a quattro mani da Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino; marcatori da intendersi inseriti in un (perverso) Sistema di metafore.

È chiaro, anche se c’è ancora gente che ama nascondersi dietro un dito, che l’umanità non ha speranza e che – fatto salvo un atto di pietà della natura – è destinata all’autoestinzione, tra lunghe e dolorose agonie. Agonie, sì, più di una.
Con l’espediente di un viaggio tra il Messico e la Terra del Fuoco, gli autori, con potenti pennellate, spesso dettate dalla momentanea follia dello sconforto, tratteggiano il particolare dna dominante che, volenti o nolenti, anima l‘umanità. Pennellate da osservare nel loro insieme, che danno una visione surreale del paradigma cui siamo – putroppo – tutti abituati e del viaggio, forzato, cui veniamo costretti dal Sistema, ossia da quel motore laico che altro non è che la trasposizione del disegno divino e della collegata provvidenza. Un Sistema, quindi, dal quale non si ha scampo, né si capisce come possa essere stato messo in atto, ma c’è e, vai a capire perché, spaccia il sì per il no e gabella la schiavitù per unità e libertà.
Un Sistema, da notare l’iniziale maiuscola usata nel corpo della narrazione che ne certifica l’esistenza a mo’ di brodo di coltura, globale e trasversale, i cui opposti spesso arrivano a toccarsi, senza distinzioni tra ideologie, destre, sinistre o forme di governo: esso sovrintende, infischiandosene bellamente dell’entropia che fa andare avanti il mondo. Almeno finché potrà o fino a quando il Sistema non deciderà altrimenti.
“I regimi iniziano sempre con un piccolo regolamento di conti nel silenzio generale”, ed ecco anche l’elemento temporale insisto dei paradigmi. Con questa frase si celebra il passato, il presente e il futuro sintetizzati nel paradigma – e nel viaggio, anche temporale – sul quale quest’opera, è incardinata.
I luoghi in cui quest’opera, dalla chiara matrice filosofica, è ambientata sono, nell’immaginario collettivo, la Patria dei sommovimenti, degli opposti, del continuo rivolgimento sociale, degli ideali maledetti, degli eroi folli e delle eroine, ma gli autori ne dissacrano con metodica pervicacia ogni valore, quindi la frase “Ogni mondo è paese” si anima di un nuovo significato metaforico e trova una nuova collocazione, nel paradigma, maledetto, appunto, che nasce vai a capire perché dalle spire del dna collettivo che grava sull’umanità.
In quest’ottica, la figura femminile si oppone con forza maggiore, ma ne riceve maggiori delusioni, fino a far comprendere, se mai ce ne fosse ancora bisogna, che la rassegnazione e l’allineamento possono essere un ottimo compromesso.
Tutto il resto è la banalità del male, la marginalità del vivere, la residualità della coscienza, l’addomesticamento della dignità, schiavitù moderna, sotto il peso (per usare un eufemismo) di chi è specializzato nel far sentire sempre tutti in torto e in debito. Un Sistema che, se analizzato in un più ampio contesto storico, si è raffinato ed è sempre meno cruento, ma sempre più psicologico, sempre più specializzato nel far fare al popolo bue ciò che vuolsi colà dove si puote.
Il re è nudo, e l’umanità è maledetta, viene da pensare dopo avere letto quest’opera (non per tutti) ricca di simbolismo già a partire dal nome proprio di persona scelto per il protagonista, meglio andare controvento (ed ecco il richiamo al motto dell’editore), non si ha nulla da perdere. Ecco una delle possibili soluzioni.

Visita il Blog Strano Forte di Mario Cesare Borghi

Mario Cesare Borghi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento