“Mi chiamo THIAGO è un’esperienza di lettura che nessuno può trasmettervi se non decidete di viverla. Il mio consiglio? Vivetela”

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Se dicessi che ho letto “Mi chiamo Thiago” tutto d’un fiato … mentirei. Ho letto, sono tornata indietro Ho riletto. Ho cerchiato parole, evidenziato frasi. Con l’obiettivo di capire se il messaggio per il lettore fosse tutto lì, nelle parole, nelle similitudini e nelle metafore contaminate in termini iperbolici o sdoganate mediante la lingua parlata, oppure se dovevo leggere tra le righe, scavare dietro i segni accampati sul foglio. Lo dovevo a me stessa. Lo dovevo a …Paddy Garcia e all’opportunità che mi ha dato tanti anni fa. Conclusione: tutto dipende dallo spirito con cui ci si dispone alla lettura, da cosa ci si aspetta da Oliva e Sorrentino, da cosa ci si attende dalla propria capacità di interiorizzare descrizioni e sensazioni nel momento stesso in cui esse scorrono veloci sotto lo sguardo che indaga le pagine.

La vita non usa etichette e i giorni non si fanno annunciare. Capitano così, uno dietro l’altro, e spesso non hai neppure il tempo di riordinarli sugli scaffali. E’ stato questo uno dei passaggi che hanno fatto scattare in me la molla indispensabile per andare avanti nella lettura. Sostantivi, articoli, verbi miscelati con le dosi giuste per farti indugiare su una verità che hai sotto gli occhi, ma che spesso ti sfugge tanto fa parte della tua quotidianità: la vita ti dà l’impressione, solo e soltanto l’impressione, che il regista sei tu. In realtà… sei una pedina sulla scacchiera del destino. La vita decide per te. A volte lo fa con eleganza ed appeal, a volte con i modi rudi di chi ha scarpe grosse e mani callose. Tanto per dirla fuori dai denti. Infatti, La vita, quando cambia direzione, te ne accorgi: in curva accelera, e quel che vedevi prima cambia, si trasforma, a volte, sembra, scompaia. Dove finisce quello che era la tua vita quando la tua vita cambia?

A domande come queste si può rispondere solo tuffandosi in una meritata malinconia, quasi fosse un ambito trofeo da inseguire. In una società che ha i suoi dei, visto che ogni tempo – ci ricorda Thiago – ha i suoi dei. In relazione alla cui esistenza, ogni celebrante pretende la sua cattedrale. Salvo poi a capire che si tratta di un ventre piegato alle necessità dell’uomo. Un ventre sterile, però!

Dettagli, passaggi, squarci di vita e paesaggi in una sorta di autobiografia surreale e rivisitata in chiave onirica. Non fosse altro che per il fatto di essere a quattro mani. Il rapporto-non rapporto con Cica mi ha oltremodo colpita: sa un po’ di “Cent’anni di solitudine”, un po’ di amore clandestino vissuto come fiamma che divampa e poi viene lasciato acquietarsi sotto la cenere perché così fa meno danni a chi lo vive e a chi lo subisce.

Le donne di “Mi chiamo Thiago” mi hanno ricordato Carla e Lucia, Marisa e Luciana, Lela e Cesira. Insomma, le donne di “Pane nero” in cui si imbatte Miriam Mafai: donne che si ritrovano le uniche vincitrici in una guerra perduta che, però, come fantasma inquietante che sorge dalle ceneri di una realtà estemporanea ed estemporaneamente sottratta al suo corso, le ripiomba nella loro dimensione atavica. Ne è la prova vivente l’eroina-non eroina Yaya.

Questo lavoro che ora ti cattura, ora ti respinge, ora ti irretisce, ora ti induce a correre tra le pagine come inseguito da una strana angoscia trova una delle sua cifre imprescindibile in un flashback per recuperare l’allenamento a raccogliere il guanto di sfida, ad accettare la sfida\le sfide con se stessi. Con un’unica possibilità e nessun’altra alternativa che vincere. Ogni giorno…Questione di orgoglio, Si… certo… Forse… anche.

Laddove mi sono imbattuta,poi, nell’universo di significati della “guerra”, ho colto – a completare l’atmosfera ora alla Marquez ora alla Kafka – tracce di Ungaretti, ma anche Remarque e un po’ di Elliot con il suo correlativo oggettivo letto attraverso gli occhi di Montale, con oggetti di una dura quotidianità – la trincea, il fosso, il cavallo, la neve – che diventano oggetti metafisici, con le immagini che assurgono ad emblemi, a cifra delle emozioni (intrise come sono di connotazione espressiva ed emotiva).

La fabbrica, la lotta alla logica medioevale del Sistema per favorire l’emancipazione del lavoratore, le pressione, la resa apparente, l’impunità e il privilegio, lo scontro e il ricatto, catene tanto più invisibili quanto più pesanti, la vittoria reale rispetto a quella di Pirro dei padroni.

Vuoto. Equilibrio. Sospensione. Baratro. Vita, morte, libertà. Quando avrete terminato la lettura avvertirete una strana sensazione: quella non è una fine. L’ultima parola spalanca le porte, alla vostra mente, sul libro unico, irripetibile, infinitamente affascinante del pensiero, della riflessione. Con alcune verità da conquistare a tutti i costi: per esempio che la sicurezza e la determinazione hanno sempre spaventato chi cerca di far leva sulla forza persuasiva del ricatto, o che se hai la forza di aspettare tutto può accadere, o che la libertà è prima di tutto la scelta di pagare un prezzo troppo alto per tenere lo sguardo su quello che, altrimenti, non potresti guardare.

Mi chiamo Thiago” è un’esperienza di lettura che nessuno può trasmettervi se non decidete di viverla. Il mio consiglio? Vivetela.

Patrizia Sereno

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